Berlino: diario del nostro viaggio fotografico

Berlino: diario del nostro viaggio fotografico

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Se si considera il ritmo con il quale la città si modifica, vale costantemente la pena visitare Berlino.

Berlino, La Nuova Architettura – M. Imhof  Verlag

Noi ci siamo stati durante il ponte del primo maggio e vi raccontiamo come è andata.

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Primo giorno: immersione nel centro berlinese

Il nostro viaggio inizia alle cinque del mattino, quando due macchine partono dirette all’aeroporto di Orio al Serio. Arriviamo a Berlino all’ora di pranzo in una splendida giornata di sole. Il cielo azzurro dura poco, perché, al momento di sederci ad un tavolo per mangiare, arriva una nuvola (quella da impiegato che tormentava Fantozzi?). Il nostro primo pasto all’aperto è stato, perciò, accompagnato da acqua e vento. Fortunatamente torna il sereno e iniziamo ad abituarci alla variabilità del tempo. Con le reflex al collo, possiamo iniziare il nostro cammino nel centro città!

Per i soggetti da fotografare c’è l’imbarazzo della scelta: l’architettura moderna di Alexanderplatz, dominata dalla torre della televisione e il suo astrolabio, la fontana di Nettuno, i palazzi storici come il duomo di Berlino o il lunghissimo colonnato dell’isola dei musei. Ogni scena è perfetta per aspettare il momento giusto, l’arrivo di un soggetto da fotografare, la luce migliore o quel particolare curioso che rende l’immagine più interessante. Con il bel tempo, tutti i berlinesi sono nei giardini a prendere il sole, i bambini fanno le bolle di sapone e il vento è talmente forte da deviare gli spruzzi delle fontane.

Prendiamo una delle nove linee di metropolitana e ci fermiamo ad osservare l’Oberbaum bridge. Dopo cena osserviamo i locali notturni di Berlino. Per adesso ci limitiamo a questo, perché dal suono della sveglia sono passate troppe ore e domani sarà una giornata impegnativa.


Secondo giorno: Potsdamer platz e dintorni

È incredibile trovarsi circondati da edifici alti venti piani dalle geometrie variegate. Ogni angolo, ogni inquadratura è una situazione diversa. Le ombre coprono e scoprono le pareti dei palazzi con lo spostarsi delle nuvole e questi cambiamenti sono così rapidi. Questo è quello che ho provato appena uscita dalla metropolitana e ho visto Potsdamer Platz.

La piazza ha una storia travagliata. A inizio Ottocento era un crocevia trafficato in cui passavano anche i treni. Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli edifici vennero bombardati. In piena Guerra Fredda il territorio era al confine tra Berlino Est e Berlino Ovest. Trovandosi su questa linea di frontiera, la piazza perse il suo importante ruolo di centro cittadino. Dopo il 1990 iniziò la costruzione di nuovi importanti edifici e si ersero i grattacieli spettacolari che possiamo ammirare ancora oggi progettati, ad esempio, da Renzo Piano e Hans Kollhoff.

Elementi imperdibili in questa zona sono il Sony Center, composto da una piazza ovale coperta da un tetto-ombrello, i resti del Grand Hotel Esplanade (la sala dell’imperatore e la sala della colazione), unici superstiti di uno sfarzo del passato, e il curioso padiglione della Corea. Dal momento che la Corea è stata divisa per oltre 70 anni, il padiglione è stato costruito nella speranza che tutto il mondo aiuti le due Coree a raggiungere la riunificazione, come la Germania.

Dopo un giro fotografico tra i palazzi moderni cambiamo genere per dedicarci alla fotografia naturalistica! Camminiamo a piedi per il Tiergarten, il parco più grande di Berlino con i suoi 342 ettari. Nella pace del parco abbiamo anche la fortuna di vedere una bellissima anatra mandarina. Arriviamo, in seguito, davanti alla Colonna della Vittoria, costruita per celebrare la vittoria della Prussia nella guerra prussiano-danese. Dalla cima della torre c’è una visuale vertiginosa delle strade della città.

Per l’ultima tappa ci dividiamo, alcuni di noi decidono di fare la gita in battello, altri, tra cui la sottoscritta, si fermano al Museo di storia tedesca.


Terzo giorno: memorie dal passato e arte necessaria

La mattina del terzo giorno andiamo a visitare due simboli di Berlino. Il primo è la maestosa porta di Brandeburgo, di fine Settecento, che per anni è diventata un emblema della divisione tra Est e Ovest. La seconda tappa è la cupola del Reichstag (sede del Parlamento). La cupola è stata ricostruita a partire dal 1995, dopo lo spostamento della capitale della Germania unita a Berlino. Progettata da Norman Foster, è un insieme di vetro e acciaio. Il Parlamento è uno dei più ecosostenibili al mondo: un impianto di recupero del calore sfrutta l’energia termica dell’aria viziata uscente dall’Aula plenaria per riscaldare l’edificio. L’impianto si trova in un grande imbuto rivestito da specchi che riflettono la maggior parte della luce esterna dentro all’aula, in questo modo si limita al massimo la luce elettrica. Sono proprio questi specchi a rendere affascinante la cupola. Salendo per le rampe, ci siamo divertiti con le foto alle geometrie e ai riflessi del palazzo.

Abbiamo proseguito poi con il memoriale della Shoah, un labirinto di un migliaio di blocchi iniziato nel 2003 per commemorare le vittime dell’Olocausto. I blocchi hanno altezza diversa e il terreno sale e scende disorientando chi ne è all’interno. Le stele sono realizzate per suscitare un senso di smarrimento e l’intero complesso intende rappresentare un sistema teoricamente ordinato, che fa perdere il contatto con la ragione umana in un’angosciante solitudine.

Nel pomeriggio ci siamo diretti verso il Pergamon Museum in cui opere antichissime sono diventate lo scenario delle nostre fotografie, come la porta di Ishtar dell’antica Babilonia e il palazzo della Mshatta.

Dall’arte antichissima passiamo a quella più moderna con i murales della East Side Gallery, la più lunga galleria d’arte all’aperto. Percorriamo una strada delimitata da una parte del muro, ora galleria artistica in cui numerose persone hanno trasformato un simbolo di oppressione in arte. I murales seguono stili diversi e spesso hanno come tema la distruzione del muro, la libertà e la pace.

Per l’ultima cena del viaggio andiamo in un birrificio per fare il pieno di cibo tedesco!


Ultimo giorno: una tappa prima della partenza

Una tappa importante è il Jüdisches Museum (museo ebraico). L’edificio è stato progettato da Daniel Libeskind ed è completamente connesso al tema trattato, la persecuzione razziale e lo sterminio degli ebrei. Nell’edificio non ci sono angoli retti, i soffitti sono inclinati e, anche quando sono altissimi, l’atmosfera è soffocante. I pavimenti sono in salita e, oltre agli spazi “pieni” sono importanti anche i vuoti. Il vuoto sta ad indicare l’assenza di aiuto per i perseguitati. Oltre agli oggetti e ai lavori artistici esposti, infatti, molti spazi dell’edificio non hanno nulla, per indicare il vuoto creato dalla società attorno alle famiglie ebree e il senso di smarrimento che provava anche chi emigrava. L’opera più d’impatto del museo è l’installazione Shalekhet (Fallen Leaves) di Kadishman. A terra non ci sono foglie, bensì diecimila volti che urlano. Camminandoci sopra, il frastuono accompagna ogni passo. L’arte è in grado di trasmettere un messaggio senza per forza usare le parole, come la fotografia che, da linguaggio iconico, può descrivere, stupire e denunciare.


Il nostro viaggio fotografico finisce qui, per i prossimi appuntamenti da Nomadi continuate a seguirci!

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