Una serata con Andreja Restek, fotoreporter di guerra

Una serata con Andreja Restek, fotoreporter di guerra

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Scrivere della serata in compagnia di Andreja Restek non è  cosa semplice. Si vorrebbe rendere giustizia proprio alla semplicità  del suo racconto, del suo essere testimone schietta e onesta della tragedia della guerra, mantenendo l’equilibrio tra commozione, partecipazione empatica e cronaca, testimonianza. Ma in questo è  molto brava (solo) Lei.

 


“Non voglio analizzare fotografie. Voglio raccontarvi storie. Non c’è  una vera scaletta della serata. Vi parlerò  principalmente della Siria, dove sono tornata più  volte, l’ultima nel 2015”

Questo l’incipit con cui questa piccola donna dal cuore forte ci introduce alle sue fotografie, crude e non particolarmente ricercate, ma dirette. Parla con accento particolare, che le viene dalle sue origini balcaniche e che forse si è  poi mescolato ad altre lingue dei paesi che ha visitato. Fa brevi cenni alla sua vita privata: è  moglie e mamma di una figlia di 22 anni. Nella sua famiglia trova grande supporto ma soprattutto una grande libertà: marito e figlia sono coscienti che quello di reporter di guerra è  il suo lavoro, hanno paura quando parte, sanno che i rischi che corre sono enormi, ma sanno anche accettare questa realtà. e non la ostacolano in nessun modo. E’ una reporter freelance, nella maggior parte dei casi sceglie lei la meta del viaggio e il tema del reportage. Intanto scorrono immagini di Aleppo, edifici bombardati e soprattutto persone, feriti, ragazzi armati. Le fotografie sono tratte dal suo libro “Siria, dove Dio ha finito le lacrime”.


Come si prepara il “viaggio”

I viaggi vengono preparati a lungo prima della partenza, attraverso la rete dei contatti con gli altri colleghi reporter e lo studio approfondito della situazione geopolitica locale. Specialmente nei luoghi più  a rischio assolutamente nulla può  essere improvvisato e lasciato al caso. Tutto viene stabilito prima. In alcuni casi la permanenza dura un paio di settimane, a volte, nei luoghi più pericolosi, solo qualche giorno. Il rischio più  grande che si corre è  quello dei rapimenti. I reporter sono merce di scambio a qualunque livello: dal piccolo criminale che vende uno straniero per poco prezzo, sino ad arrivare alle organizzazioni terroristiche più  strutturate. Per questo sono fondamentali le figure dei fixer: “guide” locali a cui i reporter si affidano. Sono loro che li conducono attraverso i punti caldi come ospedali, mercati, le prime linee oppure che fissano gli incontri con personaggi chiave. Devono essere persone di estrema fiducia, già  conosciuti attraverso la rete degli altri reporter.

Sono viaggi senza ritorno. Là  è  vietato stare male, lamentarsi. C’è  gente che ha perso tutto. Non si piange. Quando rientro poi sto malissimo: qui per 10-15 giorni non dormo. Soffro qui, ma non quando sono lì.


Storie

Andreja procede a braccio, seguendo l’ordine delle fotografie che proietta alle sue spalle. Per frammenti ci racconta una realtà  atroce. E’ una minuta equilibrista che oscilla sul cavo teso tra le lacrime ed il sorriso. Si scusa quasi del suo modo di raccontare l’orrore mescolandolo con la leggerezza.

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fixerScorrono immagini di bambini che hanno perso tutto e sono terrorizzati. Ci racconta dell’unica volta che ha pianto abbracciando due bimbe. Ma anche di aver sempre pensato che lei si trova lì con uno scopo, fotografare. Raccontare. Con l’urgenza di essere testimone. Non per disperarsi, consolare o soccorrere. Il punto fermo, il baricentro che tiene su l’acrobata è  questo: avere ben chiaro in mente chi si è, il luogo dove ci si trova e il proprio ruolo.

C’è  l’immagine della bambina figlia del medico, che trascorre le sue giornate dentro l’ospedale, perchè  è  il luogo più  sicuro e che ha come passatempo quello di ripulire il sangue con lo spruzzino per bagnare i fiori. 10 giorni dopo lo scatto, quello stesso ospedale è  stato bombardato e lei e il suo papà  non ci sono più..

Ci sono le fotografie della prima linea, dove si corre a coppie. Andreja ci spiega che si corre sempre in due e alla stessa velocità  perchè così il cecchino potrà , al massimo, colpirne uno. Le probabilità  di rimanere vivi salgono al 50%. Sorride.

Ci sono gli uomini-bambini che mostrano con orgoglio le loro armi, che si fanno belli davanti allo specchio con il gel prima della battaglia, potrebbero morire e vogliono essere al meglio, che le permettono di ritrarli in momenti di quotidianità  come il taglio dei capelli. Sono conquiste che Andreja si è dovuta sudare. Sorride.

C’è  la fotografia della cucina del “Press Center”, uno scaffale rotto con 2 piatti e 1 bomba a mano. Andreja chiama quella fotografia “La natura morta”. Sorride.

Sono tutte fotografie tratte dal libro fotografico “Siria, dove Dio ha perso le lacrime”. Attraverso la sua voce le immagini già  crude, ma mai ostentate, a volte imperfette, prendono vita e concretezza.


La figura della donna

Andreja torna più  volte sul tema dell’essere donna e fotoreporter. La donna in alcune parti del mondo è  considerata impura. Ci mostra la fotografia di una dottoressa che non può  avvicinarsi al ferito sulla barella, in quanto donna. Poco importa se è  l’unica in grado di dare un supporto. In disparte dà  indicazioni da lontano.

Fotografia di Vincenzo Quagliotti
Fotografia di Vincenzo Quagliotti

Sono le regole del gioco, regole non scritte a cui non serve a nulla ribellarsi. Le regole si seguono. E così fa lei: al suo arrivo ad Aleppo viene chiamata a fotografare dopo un bombardamento i corpi straziati delle vittime. E’ quasi una sfida, un supporre che lei non abbia lo stomaco per farlo. Andreja scatta, inquadra e scatta. Dopo le scene cruente e il sangue le viene impedito di riprendere altre situazioni. Ubbidisce anche in questo caso, anche se vorrebbe testimoniare più  la realtà  dei vivi che lo “splatter”. In seguito a questa prova però si guadagna il rispetto e il permesso di poter lavorare quasi allo stesso modo di un uomo. Non lo dice per sembrare più brava dei colleghi uomini. E’ una realtà  delle zone come la Siria: le donne devono guadagnarsi il rispetto e la possibilità di lavorare, devono sempre ricordarsi esattamente quali sono le regole e devono accettare i limiti che vengono loro imposti.

Sul tema della donna fotoreporter Andreja è  orgogliosa di essere riuscita ad organizzare una mostra “In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra”, la prima volta nel mondo, composta dagli scatti suoi e di altre 13 colleghe fotoreporter. Inaugurerà il 7 ottobre e sarà ospitata a Palazzo Madama. Ci racconta di questo traguardo sempre con la stessa spiazzante semplicità e schiettezza, ci dice di come abbia preteso che la mostra fosse ospitata a Palazzo Madama e non in una sede minore, di come questo traguardo non la faccia sentire più famosa o importante.

 “Palazzo Madama è  anche mio, è  nostro, è  vostro. Io posso proporre questa mostra, se interessa bene, se non interessa pazienza. Ma che fatica! Non sono una “curatrice” ed organizzare la mostra è  stato molto faticoso! E’ un  bel traguardo ma non mi sento famosa o più  importante per essere riuscita a mettere in piedi questo evento.”

Dal 7 ottobre al 13 novembre 2016 a Palazzo Madama, Torino
Dal 7 ottobre al 13 novembre 2016 a Palazzo Madama, Torino

La vita del fotoreporter in azione

Entriamo un po’ nella vita del fotoreporter, quando si trova in un luogo di guerra. Si dorme nei cosiddetti “Press Center” che vengono di volta in volta indicati dai fixer. Si tratta di edifici bombardati. Andreja ride: non è  che  siano molto diversi dal resto dei palazzi di Aleppo. E’ solo la definizione che li rende “Press Center”, non la presenza di particolari comfort o caratteristiche. Si dorme vestiti, in un sacco a pelo a terra e con i documenti addosso. Per essere pronti a scappare nel caso cada una bomba nelle vicinanze, oppure per essere riconosciuti nel caso la bomba cada proprio lì.

Nella valigia di Andreja ci sono 2 macchine fotografiche, tante schede, batterie, il filtro per depurare l’acqua, camicie leggere maniche lunghe, foulard e abbigliamento generico estivo o invernale (ha sempre due zaini pronti, uno per stagione), cassettina del pronto soccorso, imodium immancabile, barrette energetiche, giubbotto antiproiettile, tante torce e moschettoni da regalare insieme ai medicinali che non vengono usati. 2 orologi, uno per polso: per l’ora italiana e l’ora locale più tanti altri buttati in  valigia – è  una sua piccola fissa – . In alcuni paesi è  necessario che si porti anche un vestito carino e un paio di paperine, per essere ricevuta da ministri, ambasciate o presidenti (ultimamente è stata in Sierra Leone e lì le sono stati utili).


Fotografia, tecnica, istinto, razionalità, paura

Andreja scatta con una Canon e un 24-105. Raramente usa un 70-200, a volte un grandangolo. Dipende da quanto tempo ha per ragionare. Ha anche una Fuji mirrorless, che usa per le situazioni più  tranquille. La Canon ce l’ha “incorporata”, fa esattamente ciò che lei si aspetta che faccia. La utilizza in semimanuale. Nei momenti più  caldi dell’azione si deve avere in mente lo scatto, ma anche 3 o 4 alternative di fuga. Non c’è  il tempo di scegliere l’inquadratura migliore, anzi detesta chi sale su un carro di feriti alla ricerca dello scatto sensazionale, magari avendo in mente il World Press Photo.

“Non vincerò mai niente, ma bisogna essere onesti. Raccontare le storie come sono”

L’urgenza di raccontare in modo diretto e oggettivo, senza interporre filtri, senza mettere sè  stessi tra la realtà  e l’immagine che se ne restituisce è  forse il tratto distintivo che caratterizza le fotografie di Andreja: non sono perfette, non sono costruite, non sono forse nemmeno finemente postprodotte, ma proprio per questi motivi sono estremamente dirette e toccanti.

A proposito di postproduzione Andreja afferma di essere per natura un “lupo solitario”, di aver sempre visto il suo lavoro come qualcosa da svolgere in autonomia e solitudine. Ora si rende però  conto di aver sempre più bisogno di un assistente, che la aiuti nel lavoro di sistemazione e di riordino del materiale fotografico grezzo che si accumula. Ha 80 GB del reportage in Sierra Leone che giace da un mese ancora grezzo a causa dell’impegno profuso per l’organizzazione della mostra! Trovare un assistente non è  cosa facile, deve nascere un rapporto di fiducia e comprensione reciproca, “deve nascere un amore”.

 

Hai avuto paura?

“Se un giorno non avessi più  paura, spero avrò  il buon senso di smettere di fare questo lavoro”.

La paura l’ha salvata. Paura, istinto e fortuna le permettono di essere viva e di poter testimoniarci le sue storie. Andreja lo sa bene.

 

Hai fotografato solo tragedie?

“Ho fotografato anche la TAV”. Ride.

Prima di dedicarsi alla guerra è  stata fotografa ufficiale per la Regione Piemonte.

Cosa ti spinge?

“Non parlo mai della guerra che si è  combattuta a casa mia, nei Balcani. Preferisco le guerre degli altri. Cerco di raccontare storie con onestà  e senza ipocrisia. Non mi interessa fare foto belle per vincere premi. Forse ciò  che mia ha portato a fare questo mestiere è  la rabbia per come la guerra nei Balcani è  stata raccontata. E chissà, forse prima o poi ne parlerò.”

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